"THE END"

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venerdì 1 giugno 2012

La SVIZZERA di che si preoccupa?

Questo l'artcicolo visto sul blog italiadallestero . Sono preoccupati per la violenza sulle donne in Italia ... non si sono accorti che il nostro è un paese da terzo mondo in tutto? Non sembra visto che si sono sforzati tanto a chiamarlo in bel paese per 40 anni quando eravamo fermi al tempo prima dell'illuminismo rispetto a loro. Consiglio per chi non lo avesse fatto ancora di leggersi i vaniloqui della vagina, scritto da una dona tra parentesi, su questo tema che tanto va di moda. Quanti uomini sono morti sul lavoro da inizio anno e l'hanno fatto per meno di 1000 euro al mese a contratti da schiavi?  Come mai questo non merita così tanta attenzione? Perché sono una massa di capre, tutto quello di cui sentono parlare poi discutono e idee originali ... per carità! Che non si pensi! Ah, è vero, anche perché nell'era del "finto" benessere e della globalizzazione questo rappresenta la norma. Tra poco metteranno le catene al piede ai lavoratori, e perché no, una frustata ogni tanto così si impegnano e lavorano meglio saltando i pasti. Cioè, va bene, è un fatto degno di nota quello trattato dal quotidiano svizzero ma bisognerebbe anche ricordare che solo  nell'anno 1981 è stato abrogato il delitto d'onore e d'altro canto con un Vaticano che considerava, la donna come essere non pensante e poco più che superiore all'animale che ci aspettavamo che in solo trent'anni tutto si normalizzava? Non credo proprio, dovranno venire i figli dei figli di quell'epoca perché le cose tornino a un livello accettabile. Invece di separarsi uomini e donne dovrebbero unirsi e prendere a calci in culo qualcuno ... in comune accordo.

Cresce la preoccupazione per le stragi di donne in Italia

Dall’inizio dell’anno in Italia, sono state uccise circa 60 donne – per mano dei loro mariti, conviventi o ex fidanzati. Cresce la protesta contro la violenza domestica.

A Piazza Montecitorio a Roma, davanti al Parlamento uomini e donne sollevano in aria 55 cartelli, su ognuno dei quali c’è scritto un nome, Vanessa, Antonella, Francesca, Tiziana, un cognome e l’età. Sono i nomi delle donne che dall’inizio dell’anno sono state assassinate in Italia da familiari maschi.
La violenza è considerata un tabù

L’azione di protesta davanti alla Camera dei deputati italiana è una delle molte iniziative messe in atto nel paese in questi giorni per accendere i riflettori sul problema della violenza domestica, purtroppo considerato ancora diffusamente un tabù. Sempre più spesso vengono commessi omicidi di donne o come li chiamano comunemente i media locali, “femminicidi”. Nel 2011 sono state uccise in ambito familiare, secondo le statistiche ufficiali, 137 donne, l’anno prima erano state 127, ammazzate da padri, fratelli, mariti, partner o ex-fidanzati. Quest’anno già quasi 60 donne sono morte, ossia una vittima ogni due giorni,

anche se la maggior parte dei casi di violenza contro le donne da parte di familiari maschi restano nascosti. I sociologhi parlano di un elevato numero di casi non denunciati. Come ha recentemente osservato, l’inviata speciale dell’ONU Rashida Manjoo dopo una visita di lavoro in Italia, la violenza domestica, a seconda del contesto sociale e culturale non è sempre considerata un crimine. Dipendenza economica e mancanza di fiducia nelle istituzioni pubbliche sono ulteriori fattori che hanno impedito a tante vittime della violenza, di sporgere denuncia contro i propri aguzzini.

Secondo il Telefono Rosa, tuttavia, le richieste di aiuto dalle donne vittime degli uomini di famiglia sono in aumento costante negli ultimi 25 anni. Allo stesso tempo però solo una minima parte dei casi viene segnalata. Secondo i dati dell’organizzazione solo il quattro per cento delle donne maltrattate, che hanno cercato aiuto al Telefono Rosa, ha sporto denuncia. Nelle altre vittime di violenza domestica, la paura per la propria vita o quella dei bambini è troppo grande. Dopo un recente caso in cui un 34enne ha ucciso la sua compagna di 20 anni, anche i giornali, le televisioni e le radio hanno iniziato ad affrontare la crescente preoccupazione per gli omicidi delle donne. I media e la loro superficialità nel trattare finora l’argomento, sono considerati, da molte organizzazioni a scopo sociale che lavorano per i diritti delle donne, un’ulteriore causa del fatto che la violenza domestica viene minimizzata.

Spesso omicidi di donne, soprattutto quando vengono denunciati, vengono purtroppo descritti semplicemente come un “dramma della gelosia” o conseguenza della “rabbia” di un uomo. Gli atti di violenza sono quindi considerati eccezioni. La rete di diffusione “Tilt” ha intanto dichiarato con la sua protesta davanti al palazzo del parlamento, che gli omicidi di donne non sono di natura “patologica, ma piuttosto causati da ragioni culturali”. Secondo le statistiche, soltanto il dieci percento delle violenze è il risultato di un comportamento patologico. I media raramente fanno cenno al fatto che questi crimini contro le donne vengono commessi in una società ancora saldamente ancorata a modelli patriarcali.

Questo deve cambiare in futuro. In uno degli appelli lanciati da numerose organizzazioni per i diritti di donne sarà chiesto ai media, tra le altre cose, di richiamare in maniera esplicita nei loro articoli l’attenzione anche sulla responsabilità degli autori. Perché il ricorso alla violenza è segno che non sono in grado di accettare la libertà delle donne, si dice nel manifesto.

Giunge a una conclusione simile anche Fabio Piacenti, che dirige il Centro di Studi Sociali Eures. Rispetto alle statistiche degli ultimi anni, anche i recentissimi dati sulla violenza domestica confermerebbero che gli uomini non sanno affrontare una separazione o piuttosto un abbandono, e non riescono a tollerare la libertà di scegliere della donna. Il presidente del Telefono Rosa, Gabriella Carnieri Moscatelli crede invece che il numero crescente di episodi di violenza domestica sia una conseguenza della crescente violenza nella società.

Anche se la violenza contro le donne non è solo una conseguenza di stereotipi culturali fortemente radicati, le istituzioni politiche hanno fatto poco per promuovere l’emancipazione delle donne. In questo contesto, anche la posizione e l’influenza della Chiesa cattolica è importante. L’Italia per esempio assieme a Irlanda e Malta, sono tra i pochi paesi europei in cui la normativa giuridica per ottenere il divorzio richiede ancora un periodo di attesa dalla separazione. Per un procedimento di divorzio attualmente occorre aspettare almeno tre anni.

In un tale clima culturale è tanto più difficile per le donne far valere i propri diritti di libertà e indipendenza, dice il presidente dell’Eures Piacenti. Oltre ad un “mea culpa” da parte dei mass media, che contribuirebbe a un adeguamento della diffusa immagine distorta delle donne per superare certi pregiudizi sociali, la politica in particolare dovrebbe dare l’esempio e affrontare con urgenza la questione della violenza contro le donne. Questo problema finora non è sembrato una priorità né per i governi di destra, né per quelli di sinistra. L’anno scorso, per esempio, erano stati stanziati 18 milioni di euro per finanziare le case di accoglienza per le donne così come i centri di assistenza alle vittime di violenza. Ad oggi, tuttavia, solo una piccola parte del denaro è stato assegnata, il che ha causato la chiusura di numerosi centri.

Richiesta di riforma del mercato del lavoro

Resta da vedere se in futuro sarà possibile mettere nuovamente a disposizione e utilizzare le risorse necessarie per combattere la violenza contro le donne. Il primo ministro Monti nel suo governo ad interim ha annullato gli incarichi ministeriali per questi problemi e delegato queste responsabilità al ministro del lavoro Elsa Fornero, attualmente impegnata con le urgenti riforme del mercato del lavoro, che non ha ancora speso una parola sugli omicidi di donne e in merito ai progetti del governo a questo proposito.

Inoltre secondo l’inviata speciale delle Nazioni Unite Manjoo il governo italiano dovrebbe iniziare a facilitare l’accesso al mercato del lavoro alle donne e promuovere la loro partecipazione attiva alla politica. Perché, secondo i dati dell’Eures, le donne finanziariamente indipendenti sono meno esposte alla violenza domestica rispetto alle casalinghe, pensionate o disoccupate. Inoltre, questa libertà e questa sicurezza, darebbe loro il coraggio di denunciare gli atti di violenza. Le attuali difficoltà politiche ed economiche non dovrebbero essere una scusa per trascurare la questione della violenza contro le donne, si è lamentata Manjoo. Alla protesta nazionale contro la violenza domestica si sono uniti anche molti uomini, come è successo di recente di fronte al parlamento a Roma. Sembra una corsa contro il tempo. “Potrei essere la prossima,” una donna ha scritto sul suo cartello.

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