"THE END"

mercoledì 22 dicembre 2010

Della plebaglia

La vita è una sorgente di gioia ma dove la  plebaglia  beve con altri , tutte le fontane sono avvelenate.
Io amo tutto ciò che è pulito ; ma non posso vedere i ceffi che ghignano e la sete degli impuri .

Essi hanno gettato il loro sguardo giù al fondo del pozzo ; il loro ripugnante sorriso luccica ora verso di noi dal fondo del pozzo .

Essi hanno avvelenato la santa acqua con la loro cupidigia ;  e  mentre chiamavano gioia i loro sordidi sogni , insudiciavano anche le loro parole .

La fiamma si cruccia quando essi avvicinano al fuoco i loro viscidi cuori ; e infine lo spirito stesso borbotta e manda fumo quando la plebe s'avvicina al fuoco.

Nelle loro mani il frutto diventa dolciastro e troppo maturo ; e il loro sguardo rende l'albero secco sulla cima e preda della prima folata di vento .

E molti che hanno voltato le spalle alla vita , l'hanno fatto soltanto per voltare le spalle alla plebe : non volevano dividere con  la plebe la fontana , e la fiamma e il frutto .
In verità , Zarathustra è un vento impetuoso per tutte le bassure ; ed ecco il consiglio che egli dà a tutti i suoi nemici e a tutto ciò che vomita e sputa :  Guardatevi dallo sputare contro vento .

Saggio da : Friedrich Nietzsche .

Sante parole .  Buona giornata 

Da beppegrillo.it: " Fare il proprio lavoro "

In posta trovi la banca. Alla stazione i centri commerciali. Non puoi ancora spedire un pacco allo sportello bancario, ma è solo questione di tempo. E' il trionfo della universalità. Il politico passa il suo tempo in televisione, ma non in Parlamento, fa l'attore, non le leggi. Chi viene eletto, a tutti gli effetti, è come se fosse assunto dalla RAI. C'è una repulsione crescente verso il proprio mestiere che spinge a fare altro. Il treno in orario per Moretti è meno importante dei supermercati delle Grandi Stazioni.Benetton in teoria fa maglioni, in pratica gestisce autostrade, un'attività di cui non ha alcuna esperienza con la quale incassa però miliardi di euro di pedaggi. Colaninno, ex Telecom, ex Olivetti, ex tutto, va in Vespa e si occupa di Alitalia non sapendo una cippa di trasporto aereo. E' l'apoteosi dell'incompetenza.
Le escort diventano ministre, i giudici fanno i deputati e molti deputati vorrebbero fare i giudici, il governo emana le leggi al posto di governare e l'opposizione, oltre a opporsi, trova il tempo di collaborare. L'oncologo Veronesi si improvvisa esperto nucleare. Fare altro serve a combattere la noia del proprio mestiere. Meglio dilettante ogni giorno, che professionista per tutta la vita. Solo chi affronta la sua attività con lo spirito del dilettante puro può svolgerla senza distrazioni, con la leggerezza dell'improvvisazione, Bertolaso delle catastrofi ad esempio, o Gasparri quando era ministro inconsapevole delle Telecomunicazioni.
Fare altro non significa, come è ovvio, rinunciare allo stipendio per il quale si è pagati per fare qualcos'altro. Anzi. L'"altrismo" non va confuso con l'altruismo, pur avendone l'assonanza. Se il delitto non paga, esattamente come Tremorti, fare il sindaco e il senatore, l'attore di teatro e il deputato, l'avvocato e il parlamentare paga doppio e anche triplo. L'altrismo sviluppa sinergie impensabili insieme ai portafogli. L'importante è partecipare (all'incasso). Trovare un ministro che fa il ministro, un eurodeputato che fa l'eurodeputato, una puttana che fa la puttana è un'impresa disperata. C'è pure chi si improvvisa leader mentre è presidente della Camera e chi partecipa alla stesura delle leggi come presidente della Repubblica.
L'attività del vicino è sempre più verde. Babbo Natale farà anche la Befana e i Re Magi insieme a San Giuseppe. Il trasformismo, vecchia malattia del Paese, che colpisce inesorabilmente gli italiani, da Giolitti a Scilipoti (con rispetto parlando) si è trasformato nella schizofrenia sociale. Ognuno è anche altro. L'importante, come sempre, è non lavorare e soprattutto, non prendersi le proprie responsabilità.

martedì 21 dicembre 2010

Il 10% della popolazione italiana si divide metà dei beni...


Banca d’Italia: Il 45 per cento della ricchezza in mano al 10 per cento delle famiglie
Secondo i dati diffusi dalla Banca centrale, il 50 per cento delle famiglie dispone solo del 10 per cento del patrimonio
La distribuzione della ricchezza in Italia è molto squilibrata: il 10 per cento delle famiglie possiede il 45 per cento della ricchezza, mentre c’è un 50 per cento delle famiglie che in totale arriva a mettere insieme il 10 per cento della ricchezza totale. E’ quanto emerge dai dati diffusi oggi dalla Banca d’Italia, che ha presentato il bollettino sulla ricchezza delle famiglie (dati riferiti al 2008). Il rapporto descrive un Paese fortemente diviso tra chi conduce una vita agiata e chi, per usare un’espressione abusata, “fatica ad arrivare alla fine del mese”.

Al di là delle percentuali, è analizzando i dati assoluti che si coglie il vero significato di questo squilibrio: la ricchezza netta dei 24 milioni di famiglie italiane è di 8.600 miliardi. Questo significa che, in media, ogni famiglia possiede un patrimonio di 358.000 euro. Una cifra ragguardevole, che infatti pone il nostro Paese nella media degli stati dell’Occidente (e di gran lunga più in alto degli Stati Uniti). Ragionando però sulla distribuzione di questa ricchezza, la musica cambia. Eccome. Dividendo il 44 per cento del patrimonio per il 10 per cento delle famiglie, si ottiene una media per famiglia di oltre un milione e mezzo di euro. La metà delle famiglie italiane, invece, ha un patrimonio medio di poco più di 70mila euro. Non stiamo parlando di reddito, ma di patrimonio: case, terreni, beni intestati. La banca centrale italiana, infatti, lo riconosce: “Molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza, mentre all’opposto poche dispongono di una ricchezza elevata”. E se gli italiani conservano comunque un patrimonio “competitivo” è grazie soprattutto alle scelte di investimento abituali: il 62 per cento della ricchezza è distribuita in “attività reali”, e tra queste l’82 per cento sono costituite da case di proprietà.

Il patrimonio immobiliare delle famiglie italiane – continuna l’analisi di Bankitalia – alla fine del 2009 era era stimabile in circa 4.800 miliardi di euro, con un aumento in termini reali dello 0,4 per cento rispetto a un anno prima. Sempre alla fine del 2009, le passività finanziarie delle famiglie italiane erano costituite per circa il 41 per cento da mutui per l’acquisto dell’abitazione. Proprio perché “concentrate” in larga parte sui mutui, le nostre famiglie risultano meno indebitate rispetto alla media dei Paesi occidentali. Da un confronto internazionale emerge infatti come alla fine del 2008 l’ammontare dei debiti fosse pari al 78 per cento del reddito disponibile lordo: in Germania e in Francia tale valore era pari a circa del 100 per cento, negli Stati Uniti e in Giappone al 130 per cento.

Complessivamente, i numeri dicono che l’Italia appartiene alla parte più ricca del mondo, in termini di ricchezza netta pro-capite: il 60% delle famiglie italiane ha una ricchezza netta superiore a quella del 90% delle famiglie di tutto il mondo. Le cifre non fanno sfigurare il nostro Paese a un confronto internazionale, ma è la loro analisi a far emergere un problema serio.  “I dati sulla ricchezza delle famiglie italiane sono drammaticamente eloquenti: un’insostenibile disuguaglianza, una distribuzione tra le più inique delle economie sviluppate e che frena la crescita”. E’ il commento del responsabile Economia e Lavoro del Pd, Stefano Fassina, ai dati di Bankitalia. Ancora più diretto Antonio di Pietro, leader dell’Italia dei Valori: “E’ una situazione da Repubblica delle banane”, scrive sul suo blog: “Questo è diventato un Paese in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, un Paese fondato sull’ingiustizia. Se il governo e le grandi aziende fossero davvero liberali come dicono di essere, se non fossero abituati a predicare sempre bene e a razzolare sempre male, le cose andrebbero un po’ meglio. Non per noi politici ma per quel 90% delle famiglie italiane che deve accontentarsi delle briciole”.

Variazione del costo della vita lire-euro


 PASTO TIPO
2001
2009
2010
2010/2001
2010/2009
ACQUA (1/2 lt)
€ 0,52
€ 1,60
€ 1,60
PIATTO DI PASTA
€ 2,32
€ 5,00
€ 5,60
DESSERT AL PIATTO
€ 2,07
€ 3,60
€ 3,80
CAFFE'
€ 0,62
€ 0,90
€ 0,95
TOTALE
€ 5,53
€ 11,10
€ 11,95
116%
8%



 Ecco nel dettaglio i costi rilevati dall’O.N.F. 2001
2001
2009
2010
2010/2001
2010/2009
Lire
Euro
Euro
Euro
Var. %
Var. %
CAFFE'
1.200
€ 0,62
€ 0,90
€ 0,95
53%
6%
ACQUA (1/2 lt)
1.000
€ 0,52
€ 1,60
€ 1,60
208%
0%
PIZZA MARGHERITA
6.500
€ 3,36
€ 8,50
€ 8,50
153%
0%
PIZZA GUSTI ASSORTITI
10.000
€ 5,16
€ 10,00
€ 10,00
94%
0%
PIATTO DI PASTA
4.500
€ 2,32
€ 5,00
€ 5,60
141%
12%
PIATTO DI PASTA AL PESCE
5.500
€ 2,84
€ 6,50
€ 7,00
146%
8%
CARNE AL PIATTO
6.500
€ 3,36
€ 6,00
€ 6,50
93%
8%
PESCE AL PIATTO
7.500
€ 3,87
€ 8,00
€ 8,50
120%
6%
DESSERT AL PIATTO
4.000
€ 2,07
€ 3,60
€ 3,80
84%
6%
GELATO
1.500
€ 0,77
€ 3,00
€ 3,00
290%
0%
TRAMEZZINO
1.500
€ 0,77
€ 2,00
€ 2,10
173%
5%
PANINO
3.000
€ 1,55
€ 2,70
€ 2,90
87%
7%
CAPPUCCINO E CORNETTO
2.300
€ 1,19
€ 1,90
€ 2,00
68%
5%
PIZZETTA ROSSA
1.500
€ 0,77
€ 2,10
€ 2,20
186%
5%

La comunità terapeutica, ovvero l'industria perfetta

La comunità terapeutica
Tratto delle comunità, nella pagina introduttiva di questa sezione non perchè le abbia particolarmente in odio. Tratto di esse perchè permettono facilmente di capire la questione droga, o comunque di averne una visione più corretta.
La comunità terapeutica nasce per dare risposta alla richiesta di aiuto delle famiglie che vivono al proprio interno il problema della tossicodipendenza. Gestite per la maggior parte dai preti hanno quasi sempre una visione "mistico/religiosa" del problema. La droga è male, il tossicomane è un peccatore! Come tale lo si deve "salvare " dalla sostanza (il male) e da se stesso insegnandogli a vivere, visto che lui da solo non lo sa fare. Quanto sia aberrante questa idea alcuni lo capiranno da soli. Per gli altri passerò a qualche esempio. Nessuno di voi ha un vizio? Magari innocente, banale? Io dico di si! Tutti, ma proprio tutti abbiamo una dipendenza. Il sesso, l'alcol, i medicinali, la droga, la nutella, la TV, il tabacco, il caffè.
Ora poniamo che siete un tabagista, il termine corretto è questo, ad un certo punto per una serie di motivi il tabacco diviene illegale. Cosa succederebbe ? Che un sacco di gente continuerebbe a fumare al mercato nero e sarebbe costretto a violare la legge. Per effetto del proibizionismo, i prezzi salirebbero alle stelle. Chi non potrà permettersi quei prezzi e non avrà comunque la forza di smettere cosa farà ? Incomincerà a rubare a mentire, finendo in una spirale senza ritorno. L'unico aiuto che troverà sarà quello di una comunità per tabagisti che pretenderà di insegnarvi il modo corretto di vivere, in quanto voi siete un deviante, avete trasgredito la legge, siete un emarginato...Voi che avete vissuto per 40/ 50 anni nella completa onestà, siete finiti in una merdosa comunità perchè un politico coglione di turno ha deciso che il vostro vizio non è permesso. "Il suo vizio si, il vostro no!"
Ecco provate a vederla in questo modo e poi ripensate alla droga, alle comunità e alla pretesa di insegnare a vivere a qualcuno. Chi è che può dire che la sua vita è il modello da seguire e quella degli altri è sbagliata? Chi stabilisce i modelli corretti? Solo chi è fanaticamente religioso può credere una cosa del genere.
Il concetto di droga è frutto della cultura non un comandamento scritto in qualche tavola. Provate a dire agli indios colombiani che la foglia di coca è una droga. E l'alcol che pure è una droga potentissima, universalmente riconosciuta come tale, entra nell' eucaristia (il vino come sangue). Fino a 100 anni fa la coltivazione della cannabis non solo era legale, ma veniva incentivata dato che produceva una fibra tra le migliori ancora oggi. Nel 1700 addirittura i contadini che non coltivavano almeno una parte del loro appezzamento a canapa, venivano multati. L'oppio è stato oggetto di commercio legale e di guerre per secoli. Del laudano (tintura alcolica di oppio) si è fatto un uso universale nella farmacopea dal 700 al 900. Per milioni di musulmani l'alcol è proibito ma non l'hashish. Quindi il concetto di roga varia ala variare della cultura, del tempo, del contesto. Ma vediamo cosa si fa in una comunità. La maggior parte sono basate sull'ergoterapia, con regole rigidissime: sigarette contate, orari di lavoro massacranti, poche visite, niente uscite, libri controllati, posta controllata, telefonate controllate. Non è un caso che molti ragazzi assegnati dal tribunale ad una comunità abbiano preferito il carcere!
Il massimo esempio di ciò è la comunità più famosa: S. Patrignano, dove il fondatore Vincenzo Muccioli, prima santone, mago, poi guaritore di drogati, esasperando il concetto di insegnare a vivere, riteneva lecito legare con catene chi intendeva lasciare la comunità e non si assoggettava alle regole; riteneva lecito esercitare punizioni corporali. Cosi di punizione in punizione si arrivò all'omicidio di un ragazzo, cosa per la quale Muccioli fu arrestato!
Altro esempio nefando è la comunità Saman , dopo la morte di Rostagno è divenuta un impero, con fatturato miliardario, condotta dall'oscuro Cardella. Perchè? Lo stato ha delegato alla chiesa e ad alcuni privati la gestione delle comunità. Non dettando regole precise a salvaguardia della dignità delle persone, mantenendo il controllo dei Sert, ma facendoli funzionare male, ha fatto passare l'idea che il metadone era un palliativo che non risolveva il problema, e l'unica risposta seria fosse la comunità. Alcuni in buona fede, altri non tanto, si lanciano nel settore. Si hanno contributi dallo stato o dagli enti locali, spesso dai genitori, disposti a tutto per risolvere un problema troppo grosso per loro. Basandosi quasi sempre sul lavoro che dovrebbe restituire dignità, hanno la possibilità di ricorrere a manodopera a costo zero!
Sempre S. Patrignano è attivissima nell'allevamento, nel settore vinicolo, nella falegnameria. In alcune di queste attività è molto conosciuta. Cacchio quale azienda può contare su manodopera a costo zero? Bell 'esempio di mercato drogato! Alla faccia della dignità del lavoro, che per essere davvero dignitoso deve avere una paga adeguata!Cosi si chiude il cerchio della droga. Lo stato fa una politica proibizionista, cosa che induce il soggetto eroinomane a tutta una serie di ricatti, a diventare un delinquente, un emarginato. Qualcuno guadagna dalla sua disperazione. Cosi quando lo si vuole " salvare " lo si manda in una comunità dove subisce un 'altra serie di ricatti e qualcun'altro, o sempre gli stessi, guadagnano ancora sulla sua disperazione. Anche qui viene da chiedersi: come mai tutti gli esponenti del mondo delle comunità sono ferocemente proibizionisti? Chiaro che perderebbero la torta se la droga divenisse legale. Nessuno più sarebbe costretto a rinchiudersi in una comunità. Lo si farebbe solo su base volontaria e cesserebbe quindi il loro ricatto e lo sfruttamento.
Ma poi sono davvero utili le comunità? In Italia non c'è uno studio serio, che sia uno su questo mondo.In altri paesi le comunità sono ormai desuete perchè si è capito che non danno grandi risultati ed il mondo della droga è profondamente cambiato. Non hanno mai pubblicato relazioni riscontrabili, numeri che facciano chiarezza sul fenomeno. Se non quelli editi dalle stesse comunità e che non hanno validi strumenti di controllo della bontà di quei numeri. Leggendoli si rimane sbalorditi. Migliaia di ragazzi passati per questi istituti. Ma passati non significa "salvati". Quanti hanno completato il "trattamento"? Fra questi quale percentuale di ricadute esisteva ? A quanti anni di distanza vengono ancora monitorati? E fra quelli che l'hanno abbandonato? Questi numeri poi si dovrebbero confrontare con quelli dei Sert e con quelli della Svizzera sulla somministrazione controllata, con le remissioni spontanee. Allora incomincerebbero ad avere un valore. Cosi valgono meno di zero. Tra l'altro l'esperienza ed uno studio fatto presso un Sert della Campania mi fa dire due cose con una sicurezza abbastanza alta. Gli interventi prematuri, cioè quando il soggetto eroinomane è ancora in fase di " luna di miele" sono quasi sempre inutili se non controproducenti. Inutili in quanto nella fase di luna di miele l'eroina è totalizzante, madre, amante, sorella, amica, la sensazione di benessere e di onnipotenza dell'eroinomane non è sostituibile e paragonabile con nient'altro ed egli non vi rinuncerà. Anche costretto con la forza ritornerà inevitabilmente all'eroina appena potrà. Altrimenti quelli che finiscono in carcere, magari dopo diversi anni di reclusione, non dovrebbero avere più problemi. Ed invece la quasi totalità appena esce corre a comprare una dose come primo gesto da uomo libero!Controproducenti perchè il fallimento, se non i ripetuti fallimenti, costituiranno una memoria difficile da cancellare quando il soggetto arriverà alla fase di rifiuto della sostanza, costruendo l'idea spesso falsa che dalla droga non si esce. Invece fra i tossicodipendenti con un'esperienza di droga alle spalle di svariati anni ( 8/15) la remissione spontanea, se non sopravviene la morte, è altissima. L'eroinomane dalla fase di amore totale, passa alla ripulsa, quindi ad un odio profondo. In questa fase opportuni interventi possono essere davvero d'aiuto. sarebbe però importante che i soggetti arrivassero a questa fase, conseguendo i minori danni possibili. Con una corretta informazione, la somministrazione gratuita di siringhe, in alcuni casi la somministrazione diretta di droga, si farebbe si che arrivassero alla fase di distacco senza avere malattie serie, con la fedina penale pulita, con un a rete di relazioni ancora possibile. E' intuitivo che un eroinomane dopo dieci anni di droga, magari sieropositivo o con un epatite cronica, senza più alcuna relazione soddisfacente, con la fedina penale molto problematica,senza uno straccio di lavoro ne la possibilità di averne uno data la sua situazione (malattie e carichi penali) avrà magari poche motivazioni per venirne fuori, probabilmente si lascerà andare perchè il tornare a vivere comporta sacrifici troppo grossi e risultati scadenti!
giuseppe galluccio 

Le comunità
Da tempo pare che l’unico modo per uscire dalla droga sia andare in comunità. Ma perché c’è questa convinzione, in base a che cosa la gente crede nel potere salvifico di queste istituzioni? Eppure non ci sono numeri a conforto, né studi seri che dimostrino la bontà di questo “trattamento”. Anzi per quello che ho osservato io, i numeri delle comunità sono fallimentari. In alcuni studi, spesso commissionati dalle stesse comunità, leggiamo cifre assolutamente fantastiche. Con centinaia di casi trattati la maggior parte dei quali risolti. Però in genere non vi dicono quanti di quei casi siano costituiti dallo stesso soggetto che è entrato ed uscito più volte. Non vi dicono quale è il criterio per dire che un drogato non è più tale. Ad esempio a quanti anni di distanza dall’uscita dalla comunità viene monitorato? Un anno, due, cinque?. Sono segnalati molti casi di recidiva anche a lungo termine, per cui se un tossico finisce il trattamento e va via, sarà improprio segnarlo come “guarito” ed è improprio segnare come guariti coloro che restano nelle comunità in qualità di operatori. La guarigione dovrebbe significare che il soggetto disintossicato è stato liberato dalla dipendenza e restituito ad una vita piena, non che la dipendenza dalla droga viene sostituita con quella dalla comunità! Inoltre sarebbe necessario, per verificare la bontà dell’intervento comunità, un altro tipo di studio.
Seppur piccolo studio, senza grandi pretese lo ritengo certamente indicativo. Andrebbe approfondito, ma anche questo non si fa perché non c’è un reale interesse a studiare e a capire il fenomeno. La maggior parte dei tossicodipendenti vanno incontro ad una remissione spontanea. Come se ad un certo punto fossero stanchi della droga e alla prima occasione, sia carcere, allontanamento, malattia, infortunio serio, cambio di vita, comunità, smettono da soli. Si anche comunità intesa non come rimedio curativo, ma come l’occasione per fermarsi, staccare e superare l’astinenza, cosa non impossibile, manco difficilissima ma nemmeno derubricabile a passeggiata! Io sostengo che i soggetti che escono disintossicati dalla comunità, probabilmente ce l’avrebbero fatta da soli, o con un aiuto diverso che gli avesse consentito di allontanarsi dai luoghi abituali della droga. Semplicemente era venuto il loro momento. Quindi la comunità è assolutamente negativa? Non dico questo, anzi, in certi casi è l’unico rimedio, ma dovrebbe essere una delle risposte possibili, magari da usare in sinergia con le altre e non in alternativa: cioè con il metadone, il servizio pubblico, il sostegno psicoterapeutico e tutto il resto. 

Remissione spontanea
Non sempre, non nella totalità dei casi, ma in una percentuale molto elevata il tossicodipendente arriva alla remissione spontanea. Questo ovviamente se non muore!! O se le sue condizioni fisiche e sociali siano talmente deteriorate da rendere impossibile il reperimento di uno straccio di motivazione per smettere. Per questo motivo, ritengo la politica di riduzione del danno quella più efficace. Aiutare il "tossico" a non prendere malattie, a non andare in galera, non prostituirsi e non fare terra bruciata intorno a se, lo accompagnerà, credo, più rapidamente alla remissione della tossicodipendenza. Comunque eviterà che il soggetto, malato, senza rapporti sociali e affettivi, magari pregiudicato, possa vedere come inutile lo smettere la droga. Se la sua condizione divine senza speranza, quale motivazione potrà sorreggerlo all'uscita dalla droga? Non c’è controprova, ma se la droga fosse liberalizzata, o almeno legalizzata, la quasi totalità dei problemi ad essa correlati sarebbero risolti. Senza dimenticare il colpo severo che si infliggerebbe agli introiti delle varie mafie che perderebbero molto del loro potere (che discende dalla mole di denaro disponibile per corrompere, armarsi, investire). Del resto la politica proibizionista che risultati ha prodotto? Ha arricchito le varie mafie, il consumo di droga è sempre aumentato, la spesa sociale per il fenomeno è levatissima ed i risultati scadenti. Perché allora non sperimentare politiche diverse, antiproibizioniste? Si diminuirebbero i costi sociali, si colpirebbe la criminalità mafiosa, si concederebbe una vita dignitosa anche a questi nostri concittadini che, per debolezza, per malattia, per chissà quale motivo, costringiamo ad una vita di merda! Senza che questo nel contempo porti benefico ad alcuno se non alle tasche dei soliti mafiosi e di qualche santone di qualche comunità, che con la scusa di salvare i drogati si è costruito un impero e gira in Mercedes e con i guardaspalle! Questa mia teoria della remissione al momento è, appunto, solo una teoria, ma vi faccio qualche numero, che per quanto approssimativo da un quadro veritiero. Si stima che i Tossicodipendenti in Italia siano intorno ai 200 mila. I posti disponibili in comunità sono 10 mila. I morti non superano un migliaio (e negli ultimi anni sono in calando!). Mi chiedo e vi chiedo che fine fanno gli altri 190 mila circa? A meno che non supponiamo che man mano muoiano tutti senza essere registrati come morti per droga, l’unica risposta possibile è che come erano in clandestinità prima, nella stessa clandestinità risolvono il loro problema. Trovate il mio ragionamento campato in aria? 

lunedì 20 dicembre 2010

Pasolini

PASOLINI E LA SOCIETA'
Pasolini nel 1975 (www.pasolini.net)
Delusione e "disperata vitalità" (1963-1975)
Ho dovuto decidere su quale anno fosse da porre come inizio della disperazione pasoliniana. La scelta è caduta sul 1963, a motivo di queste drammatiche espressioni:
"Facciano scoppiare le atomiche o giungano alla completa industrializzazione del mondo, il risultato sarà lo stesso: una guerra in cui l'uomo sarà sconfitto e forse perduto per sempre."(1)
"Si produrrà e si consumerà, ecco. E il mondo sarà esattamente come oggi la Televisione - questa degenerazione dei sensi umani - ce lo descrive, con stupenda, atroce ispirazione profetica."(2)
Quanto sia oggettiva questa previsione senza luce di speranza e quanto invece derivi dalle ragioni poetiche particolari di lui, non posso, almeno per ora, nemmeno chiarirlo a me stesso. Quel "forse" di cui alla citazione n. 1, lascia intendere che una pur difficile via di salvezza è ancora possibile, purché si abbia il coraggio di mettersi in crisi e accettare umilmente il dolore (composto a volte di solitudine ed emarginazione) in vista della propria crescita umana e culturale.
Il 1964 è un anno speciale per il nostro, che a motivo del suo film sul Vangelo di Matteo, auspica, attraverso dibattiti in giro per l'Italia e il dialogo con i lettori della rivista «Vie Nuove», la necessità di un incontro democratico tra cattolici non clericali e marxisti non dogmatici. Figura di riferimento è naturalmente Papa Giovanni, che grazie alla sua cultura ha saputo avere uno sguardo non autoritario sul mondo e sugli uomini, che non vanno perciò distinti in assolutamente buoni o assolutamente cattivi.
Il marxismo, peraltro, può superare la necessità filosofica dell'ateismo, necessità che nasceva dal positivismo, ma che ora non ha più motivo d'essere perché la scienza ha superato lo stesso positivismo. Il marxismo non deve essere cristallizzato in un sistema fisso e dogmatico. Se così fosse, sarebbe la copia atea del dogmatismo clericale.
Tuttavia Pasolini è pessimista riguardo al futuro, perché ritiene che i dirigenti comunisti non si sono accorti in tempo della svolta neocapitalistica della borghesia, che tende a borghesizzare e disumanizzare il mondo, rendendo gli uomini degli automi. Gramscianamente parlando, i neocapitalisti non sono classe dominante, ma qualcosa di peggio, cioè classe egemone, perché si pongono come centro culturale con la nuova lingua tecnocratica che uccide l'espressività in nome di una spietata strumentalità. Ce ne accorgiamo benissimo: tutto è merce, gli stessi individui sono merce da sfruttare. Questa disperazione però lascia spazio alla speranza che prima o poi, fosse anche nel corso di secoli, gli uomini ritrovino la loro libertà autentica che è nell'espressività, cioè nei sentimenti veri, non indotti dalla cultura di massa.
Per questo vede - alla metà degli anni '60 - l'alleanza tra cattolici progressisti e marxisti non dogmatici, come uno dei mezzi possibili per lottare contro il materialismo (in senso volgare) ateo, cinico e disumanizzante alla base del neocapitalismo, sintesi di tutto ciò che è condannato dal Vangelo.
Insistendo sul tema della crisi del marxismo, suscita le ire di suoi avversari intellettuali o semplici lettori, che lo accusano di essere un letterato decadente che non conosce nemmeno i primi elementi del marxismo. I toni usati da quegli avversari sono aspri e denigratori, l'ennesimo capitolo di una persecuzione, che è poi quella che lo ferisce di più giacché proviene da persone di sinistra.
A una ragazza che gli scrive su «Vie Nuove» di voler studiare all'università ma non avere i soldi per farlo, risponde:
"Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura."(3)
Nel '66 prepara con Moravia una nuova serie della rivista «Nuovi Argomenti», finalizzata a chiarire la crisi del marxismo e prospettare le possibili soluzioni ad essa, cercando pure di rifondare la cultura marxista.
In una intervista di Oriana Fallaci, durante una visita a New York, dice che ha ancora delle speranze, ma che queste gli vengono ora non dall'Europa, bensì dagli Stati Uniti, dove si è accorto che gli uomini sono idealisti pur nel loro pragmatismo; inoltre la Nuova Sinistra americana, gli studenti politicamente impegnati per l'emancipazione dei neri, promettono bene: a suo parere, essi non sono né comunisti né anticomunisti, ma mistici della democrazia, vogliono portarla cioè sino alle estreme conseguenze.
Cominciando ad occuparsi del fenomeno "televisione", comprende che vengono accettati nel circuito televisivo solo gli imbecilli e gli ipocriti. La regola è dire fesserie o saper mentire. Se a dibattiti in Tv sono invitati degli intellettuali, anche buoni come Moravia o Attilio Bertolucci, questi devono tacere, non dire ciò che realmente pensano, perché altrimenti verrebbero danneggiati nei loro interessi di letterati.
Nel '67, riguardo la Guerra dei Sei Giorni tra Israele e alcuni Stati arabi, il nostro è dalla parte di Israele, il cui Stato è minacciato dal fanatismo musulmano.
Il neocapitalismo minaccia il mondo della cultura. Pasolini, nel '68, ritira per protesta il suo romanzo Teorema dal Premio Strega, ormai dominato dalle clientele editoriali. Si batte insieme ad altri registi per l'autogestione della Mostra del Cinema di Venezia, ma il Governo interviene con la polizia. Ovviamente il potere, che è cinico ed egoista, ha paura di ogni tentativo di democrazia reale e diretta.
Contro gli studenti che a Roma si scontrano con la polizia, il primo marzo 1968, presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Roma, scrive la famosa poesia Il Pci ai giovani!! che tante polemiche suscita in seno agli intellettuali di sinistra e al Movimento Studentesco: egli sostiene che gli studenti sono dei figli di papà, la loro è una finta rivoluzione, in realtà è la borghesia stessa che per autoperpetuarsi si punisce attraverso loro, che ormai appartengono al mondo del benessere consumistico: disprezzano la vera cultura, sono dei moralisti che aspirano al potere. Simpatizza invece per i poliziotti, essi sì figli di poveri, anche se resi "sicari" del mondo del potere. Insomma, una provocazione, con cui l'Autore dà ai giovani studenti contestatori un metaforico pugno nello stomaco, affinché nasca in loro una coscienza critica. Li invita infine ad occupare le fabbriche e le sedi del Pci.
Solo Moravia ammette di pensarla come lui ma di non averlo detto perché uno scrittore deve prendersi i suoi tempi e non scrivere a caldo, come invece è tenuto a fare un poeta.
Pasolini parla anche di quello che gli appare come "fascismo di sinistra", composto di taluni militanti e intellettuali marxisti (moralisti e borghesi) che creano un alone di terrore e ricatto intorno a chi non la pensa come loro, soprattutto nei confronti di intellettuali liberi da dogmi sia pur laici.
Gli spiriti liberi sono sempre perseguitati, perché non hanno accettato alcun potere: vedi il caso Braibanti, l'intellettuale omosessuale condannato per plagio, oppure, in campo cattolico, Padre Arpa, accusato di truffa, colui il quale ha difeso la Dolce Vita di Fellini contro le gerarchie ecclesiastiche.
La droga diventa fenomeno di massa e Pasolini osserva che chi si droga lo fa per mancanza di cultura, per riempire un vuoto esistenziale, per un generale senso di "paura del futuro". Comunque è contrario ad ogni forma di repressione: la tossicomania è da tollerare come la pornografia, anche se entrambe sono fenomeni negativi.
Nel 1969 il dodicenne viareggino Ermanno Lavorini viene rapito a scopo di estorsione da un gruppo di ragazzi monarchici, che lo uccidono; arrestati, depistano le indagini parlando di un giro di prostituzione maschile e segnalano, tra gli altri, Adolfo Meciani, che si suiciderà in carcere. Viene quindi scoperta l'infondatezza delle loro accuse e Pasolini se la prende con gli investigatori e i giornalisti, che per accontentare il gusto di linciaggio dell'italiano medio, hanno enfatizzato la figura di "mostro" del diverso di turno, capro espiatorio di una società repressa e repressiva, essa sì "mostruosa".
Quando viene scoperta la verità, è messo a tacere tutto sui giri di prostituzione viareggini, perché sono implicati, come in ogni altra città d'Italia, personaggi eminenti di ogni classe sociale, partito, fede.
In Sicilia, a Zafferana, Pasolini fa parte della giuria che assegna il Premio Brancati al libro di Michele Pantaleone Antimafia: un'occasione mancata, coraggiosa denuncia contro il potere mafioso. Il premio viene contestato dai giornali fascisti e ignorato da quelli di sinistra.
Prevede ormai l'imborghesimento di tutto il mondo, per cui il problema sarà sempre più quello di essere borghesi "buoni" e non borghesi "cattivi". I primi ovviamente sono socialisteggianti, amanti della cultura, contrari ad ogni forma di livellamento e di massificazione e di acculturazione. Anche il Terzo Mondo è destinato a diventare piccolo-borghese e industriale. Ciò che però resta indiscussa è l'impossibilità di una previsione certa sul futuro: quindi lui stesso ammette che ogni suo giudizio vale per il momento in cui lo dà.
All'estero, a Praga, il giovane Jan Palach si suicida dandosi fuoco come protesta contro l'oppressione sovietica in Cecoslovacchia. Pasolini dice che sul piano politico è stato un suicidio inutile e inopportuno in quanto strumentalizzato dalle forze reazionarie anti-comuniste; ma sul piano ideale, Jan ha fatto bene in quanto si è espresso col suo corpo come un eroe antico. E' ovvio che Pasolini è contrario alla politica violenta sovietica e critica inoltre la classe dirigente dell'URSS che ha deformato il mito comunista.
Assistendo per pochi minuti (di più non resiste) alle trasmissioni televisive come il Festival di Sanremo o Canzonissima, si accorge dell'involgarimento della società del benessere, la cui massa vive su un piano sottoculturale.
Invita l'organizzazione per la difesa del patrimonio artistico e paesaggistico nazionale «Italia Nostra», a far propri certi metodi di contestazione studentesca, per convincere gli uomini politici ad occuparsi una buona volta dei monumenti italiani, che invece sembrano destinati alla deturpazione. Chi non sente l'urgenza del "problema della bellezza" ed è utilitarista, è come se non amasse realmente la vita, la sua continuità.
Scomparsa la speranza in una rivoluzione comunista, a lui non resta che sorridere (con un male accettato umorismo) di cose che in passato lo avrebbero fatto arrabbiare e lottare (come l'involgarimento delle masse); si rifugia quindi nell'utopia, che gli permette di sopravvivere. I suoi messaggi morali o politici non hanno un contenuto fisso, ma sono "a canone sospeso", cioè riempibili, da parte dei destinatari, di significati diversi nel tempo e nello spazio. Essere  rivoluzionari a parole o senza tener conto delle condizioni obiettive della società, significherebbe fare il gioco della controrivoluzione.
A chi lo accusa di misoginia, risponde che il suo difetto è semmai quello di rappresentare la donna solo nel suo lato angelico e di vedere in lei una esclusa come è anche lui stesso. Del resto, non è in grado di disprezzare nessuno completamente, etichettarlo con un giudizio definitivo, perché vede in ogni persona (e cosa e animale) un profondo sacro mistero. Per questo si scandalizza sempre più per l'assenza di senso del sacro nei suoi contemporanei.
Nel 1970 non è ancora evidente la trasformazione corporale degli operai e dei contadini, che ai suoi occhi appaiono ancora innocenti nel fisico, anche se parlano come gli studenti contestatari borghesi, cioè dicono frasi moralistiche, ricattatorie e terroristiche. La povertà costringe chi ne è vittima ad essere buono, anche se si tratta di un "picciotto" della mafia, che in quanto povero non ha alternative; del resto, gli stessi vertici della società che lo esclude a una vita onesta, sono collusi con i capi-mafia.
Società neocapitalistica e società comunista sono interscambiabili, ormai, in quanto distruggono con prepotente tecnicismo i valori e i monumenti tradizionali del mondo. Il passato, anche se crudele, rendeva più felici, con i suoi valori di semplicità e povertà.
Considera i carcerati non fascisti i veri contestatari della società del benessere: essi sì poveri e appartenenti alla classe dominata, mentre i giudici fanno parte della classe dominante. Non c'è ancora il Pasolini (quasi) totalmente pessimista del '75, che vede il male sia negli sfruttati che negli sfruttatori, il male come desiderio di possedere e distruggere.
Teme nel mondo una reazione di destra, favorita anche da certi estremismi di sinistra, che sono una forma di sottocultura borghese.
Disprezza il revival spiritualista, attraverso il quale giovani e meno giovani contestano apparentemente la società del benessere, mentre in realtà, con la loro sottocultura, fanno il gioco della reazione di destra.
Ai suoi occhi il connubio tra neoavanguardia e contestazione giovanile appare un "monstrum" fatto di moralismo, ricatto e terrorismo.
Nel luglio '70 alcuni rivoltosi democristiani e missini di Reggio Calabria provocano disordini perché come capoluogo della regione è stata scelta la città di Catanzaro: Pasolini, col solito acume, smaschera l'irrealtà di questo problema, che non ha alcuna attinenza con i reali bisogni della popolazione.
In Italia il popolo aspira a diventare piccolo-borghese, consumando i beni imposti dalla società del benessere e, quel che è peggio, abiurando ai propri valori tradizionali dialettali. Solo i napoletani resistono, ma la loro resistenza è votata al fallimento, perché è fatale che il mondo diventi totalmente industrializzato e involgarito per mezzo della cultura di massa. Moriranno i napoletani autentici e fedeli a se stessi e saranno sostituiti da altro tipo di cittadini, obbedienti al Potere neocapitalistico.
Nel '71 collabora, tacitando parte della sua coscienza, con alcuni militanti di «Lotta continua», a un anno dalla strage della Banca dell'Agricoltura di Milano; avverte i suoi nuovi amici che il pericolo maggiore per l'estrema sinistra è il moralismo. Presta anche il suo nome come direttore del giornale «Lotta continua» e verrà denunciato per reati di opinione.
Nel '72 osserva che la falsa liberalizzazione sessuale è giunta anche nell'Italia centro-meridionale. I ragazzi non si iniziano più tra loro e con le prostitute, ma vengono istruiti dalle ragazze secondo i valori del benessere piccolo-borghese neocapitalistico. Avere la fidanzata diventa un obbligo sociale, quindi spesso la si ha non per amore ma per farsi invidiare da chi non ce l'ha e per non passare per incapace o diverso.
L'eccesso sessuale, non associato ad interessi culturali, determina nevrosi nelle nuove generazioni. Il corpo della donna viene più che nel passato, strumentalizzato, ridotto a merce in televisione o sui giornali, e nei quartieri popolari una ragazzina fa l'amore anche con dieci ragazzi al giorno. Chi è diverso viene tollerato purché resti nel suo ghetto mentale e fisico: la permissività è la peggiore delle forme di repressione.
Tra il '73 e il '75 intensifica la sua attività di polemista nei confronti di società e mondo politico, affermandosi come il "Pasolini corsaro".
Accusa la magistratura di parzialità nelle indagini e nei processi. Quando ci sono per un crimine politico due piste, una che porta all'estremismo rosso, l'altra a quello nero, i magistrati italiani preferiscono, per tacita solidarietà di classe dominante, seguire la pista rossa. Gli appare chiaro che le azioni violente e delittuose dei fascisti sono dettate e calcolate nel cuore delle istituzioni, con freddo machiavellismo.
Occupandosi del fenomeno dei "capelloni" ricorda che nei primi tempi in cui comparvero, cioè ancor prima della contestazione del '68, poteva essere un fenomeno tutto sommato positivo, di silenziosa e anarchica protesta contro la società del benessere. In seguito capelloni sono diventati tutti, così che non si distinguono più militanti di destra da militanti di sinistra e c'è sempre il pericolo concreto, nelle manifestazioni comuniste o estremiste di sinistra, della presenza di agenti provocatori fascisti per nulla diversi nell'abbigliamento e nella fisionomia dai veri militanti.
Capelloni possono anche essere ormai dei piccolo o medio borghesi che testimoniano la loro moderna integrazione nella società del benessere.
Prevede che la Chiesa pagherà con la estinzione il suo pragmatico accordo col potere neocapitalistico, che la usa come usa anche i fascisti tradizionali, cioè per lotte storicamente ritardate. In effetti il nuovo Potere è del tutto irreligioso e non sa che farsene dei valori clerico-fascisti. Esso vuole una società di consumatori e basta.
Quindi la reazione di destra, nei primi anni '70, secondo lui ha due aspetti: 1) una lotta reazionaria contingente per l'affermazione del clerico-fascismo; 2) l'effettiva nuova e definitiva rivoluzione neocapitalistica in nome dell'edonismo consumistico e della cultura di massa (vengono così distrutti i valori popolari e umanistici); quindi in politica e in economia, il nuovo fascismo tecnocatico.
Nel '73 si ha un breve periodo di austerity, a causa della crisi petrolifera: Pasolini si illude che l'Italia potrebbe tornare indietro, seguire la via del "progresso" e non più dello "sviluppo", ma presto capisce che la società consumistica è irreversibile.
"Progresso" è per lui ciò che vorrebbero i lavoratori e gli intellettuali di sinistra, cioè un mondo a misura d'uomo, che rispetti tutti i valori culturali che rendono la vita basata non solo sull'utile ma anche sul bello. "Sviluppo" è invece l'industrializzazione totale del mondo, voluta dai cinici produttori di beni superflui e dagli inconsapevoli, ma non meno trionfanti, consumatori. Lo "sviluppo" è sempre di destra, anche se viene accettato pure dalla sinistra. Il "progresso" infatti resta un ideale astratto, perché tutti quanti vivono esistenzialmente come consumatori.
Ormai la repressione neocapitalistica l'ha avuta vinta sulle menti della massa dei giovani sottoproletari. Mentre prima erano fieri di avere una propria identità popolare e disprezzavano i "figli di papà", cioè gli studenti borghesi, adesso invece vogliono essere all'altezza di questi ultimi, e non riuscendovi (perché non hanno abbastanza denaro), diventano infelici e nevrotici, o spietati criminali. Prima possedevano, pur nell'ignoranza, il mistero della realtà; adesso vivono nella Irrealtà. Nessun potere mai in passato era riuscito ad attuare un simile genocidio di valori.
Cosa può salvare l'Italia dal diventare un Paese completamente nazista, se è vero che questi giovani cominciano a somigliare alle SS di Hitler? Una opposizione di sinistra efficace, una nazione onesta dentro la nazione disonesta. E inoltre una opposizione (culturale) alla cultura di massa. Velleitariamente Pasolini parla ancora di rivoluzione comunista, ma sotto sotto è consapevole che ci si dovrà sempre più accontentare del "potere meno peggio" dato dal compromesso storico tra democristiani e comunisti: la socialdemocrazia. Quanto a sé come persona, lui resta legato al mondo antico preborghese e preindustriale: per questo viaggia spesso nel Terzo mondo, dove ha ancora la possibilità di incontrare sguardi di autentica simpatia e felicità, pur nella miseria (ma è fatale che ogni uomo appartenga al tipo di cultura in cui si è formato; e la sua esperienza decisiva è stata tra i contadini friulani: non può abiurare a tale formazione).
Vede di buon occhio il movimento dei radicali, che stanno promuovendo nel '74 una serie di referendum per tentare di riportare una legalità democratica in Italia e per valorizzare i diritti civili, tra i quali spiccano divorzio e aborto. Su quest'ultimo, come vedremo più in là, Pasolini ha delle riserve.
La vittoria dei radicali sul divorzio è prevista dal nostro (più lungimirante evidentemente sia dei democristiani sia della Chiesa sia degli stessi comunisti). I potenti al governo e alla opposizione non si sono accorti che la gente è mutata antropologicamente e non è più attaccata ai valori tradizionali di Patria Chiesa Famiglia, bensì a quelli del benessere superfluo. E' il Potere consumistico che ha voluto la vittoria del divorzio, perché ciò rientra nel suo progetto di una dittatura che vuole ridurre tutti a edonisti di bassa lega.
La Chiesa sta scomparendo come figura istituzionale morale: resta solo un potere finanziario alleato dei potenti di turno. Paolo VI è consapevole di ciò, della fine della religione, ma non ha altro rimedio da consigliare che quello irrazionale della preghiera. Invece, secondo Pasolini, la Chiesa dovrebbe rinunciare al potere e diventare guida dell'opposizione a questo tipo di società disumana che è la società dei consumi superflui. Dovrebbe ritornare alle origini, al tempo della predicazione di Cristo e dei suoi discepoli. Dovrebbe rinunciare alla sua cultura assolutista e abbracciare la cultura libera e antiautoritaria, in continuo divenire, contraddittoria, collettiva e scandalosa. Dovrebbe rifiutare il Concordato tra Stato e Chiesa. Ma è chiaro che non farà nessuna di queste cose per non perdere soldi e potere. C'è chi, all'interno della Chiesa, cerca di porsi realmente questi problemi e dare analoghe soluzioni, come Dom Giovanni Franzoni, che viene sospeso dal Vaticano a divinis.
Continuano intanto le "stragi di Stato": in esse lui vede una "strategia della tensione", voluta dai potenti, prima in funzione anticomunista (per combattere contro il pericolo di una vittoria della contestazione del '68) poi in funzione antifascista, per darsi una verginità di antifascismo che non ha più senso storico, in quanto il fascismo tradizionale è del tutto superato e chi spera in una dittatura di tipo mussoliniano o è uno stupido ingenuo o è in malafede, come appunto questi governanti di centro-destra, che sono i reali nuovi fascisti. I giovani estremisti di destra e di sinistra sono solo le pedine di un gioco diretto dal nuovo fascismo tecnocratico.
Rimprovera se stesso e gli altri intellettuali di sinistra di non aver dialogato con i giovani neofascisti, la cui scelta ideologica è stata dettata dalla disperazione: se fosse stato fatto il tentativo di farli ragionare, forse alcuni di loro non sarebbero diventati fascisti.
Per le sue idee scomode a tutti (tranne evidentemente a Pannella e ai radicali, il cui realismo fondato però su ideali intransigenti, spaventa il Potere) viene criticato da tanti anche di sinistra, come Maurizio Ferrara, che lo accusa di estetismo, di rimpiangere una "età dell'oro", ed anche Italo Calvino, che pensa a un rimpianto pasoliniano dell'«Italietta» piccolo-borghese: Pasolini è offeso perché Calvino dovrebbe sapere che il suo rimpianto è rivolto alla Resistenza e alle speranze di una repubblica nazional-popolare, l'esatto contrario dell'«Italietta».
Precisa che la sua disperazione non è mai totale, perché altrimenti cesserebbe anche di parlare, di occuparsi dei problemi del mondo.
Il 14 novembre 1974 esce sul «Corriere della Sera» il famoso articolo di Pasolini sul "romanzo delle stragi". Dice di sapere i nomi dei responsabili e dei mandanti politici delle stragi, ma non può farli perché manca di prove e indizi. Chi, anche se fa parte dell'opposizione, ha prove e indizi non li fa certo i nomi perché è compromesso col potere.
Il 1975, l'ultimo anno di vita, lo vede battagliare su più fronti:
1) sua prima meditazione metafisica, determinata dagli interessi semiologici che lo avevano già convinto che la Realtà è Linguaggio (adesso approda ad una sorta di concezione spinoziana del divino: Dio sarebbe la Realtà che parla con se stessa);
2) riflessione sul consumismo (egli non è contrario al consumismo come viene vissuto nelle altre nazioni, dove le brutture della cultura di massa sono compensate da una reale qualità della vita data da istituzioni forti e opere pubbliche necessarie - scuole, ospedali ecc. - decenti; è contrario al consumismo italiano, che fa circolare beni superflui senza aver prima risolto il problema dei beni necessari);
3) lotta contro l'intolleranza reale (mascherata dalla finta tolleranza) che colpisce gli omosessuali: l'omosessualità è un rapporto sessuale come tutti gli altri, che non degrada chi lo compie, anzi lo fa diventare più fraterno rispetto agli altri uomini e consapevole della costitutiva bisessualità di ogni essere sessuato;
4) polemizza con i giornalisti, da cui ritiene di essere perseguitato perché è un artista che si può permettere, al contrario della gran massa dei giornalisti italiani, di fare anche del giornalismo indipendente: non potendogli perdonare questa insubordinazione, lo accusano di essere un vizioso;
5) l'aborto: lo ritiene un omicidio, perché il feto ha una volontà di crescere e nascere; l'aborto va prevenuto informando la popolazione su una sessualità alternativa al coito e sui metodi anticoncezionali: è chiaro per lui poi, come dice il Pci, che l'aborto va legalizzato in determinati casi e responsabilmente, e non in ogni caso e trionfalmente come vorrebbe il Potere consumistico, che enfatizza il coito tra maschio e femmina per motivi di produzione e consumo di beni superflui: chi fa l'amore consuma maggiormente questi beni (una coppia non può, ad esempio, non possedere un'auto);
6) propone un (metaforico, ma possibilmente anche concreto) Processo penale ai governanti democristiani rei di non aver compreso e tanto meno lottato contro il nuovo Potere consumistico: essi sono rimasti mentalmente all'epoca del clerico-fascismo e nei fatti hanno rovinato l'Italia deturpandola sia paesaggisticamente che antropologicamente, perpetuando la solita politica mafioso-clientelare;
7) dà alcune lezioni di pedagogia a un ipotetico ragazzo napoletano di nome Gennariello, al quale consiglia la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile; gli ricorda che è il possesso culturale del mondo che dà la felicità;
8) contro la criminalità di massa (ritiene che tutti i giovani siano dei criminaloidi, potenziali carnefici tipo i massacratori del Circeo, senza un conflitto interiore tra bene e male, perché la loro colpa viene prima ed è nell'aver scelto di non avere alcuna pietà) propone due soluzioni "assurde": a) abolire immediatamente la scuola media dell'obbligo (che insegna a diventare dei presuntuosi ignoranti ipocriti piccolo borghesi); b) abolire immediatamente la televisione (che toglie i valori della tradizione popolare sostituendoli con falsi modelli consumistici che rendono i giovani nevrotici, infelici e appunto criminali, perché molti non hanno i soldi per essere all'altezza dei "figli di papà", da loro invidiati). Nel suo gergo abolire sta per riformare radicalmente, perché la scuola dell'obbligo dovrebbe insegnare ai ragazzi la scuola guida e il galateo stradale, oltre a come risolvere i problemi burocratici e rispettare il paesaggio... dovrebbe insegnare una sessualità completa ma non nevrotica e dare la possibilità di molte libere letture commentate; la televisione sarebbe meglio che diventasse pluralista, con programmi concorrenziali gestiti dagli stessi partiti politici (si tratterebbe di portare alla luce del sole la sotterranea lottizzazione della Rai): lo spettatore potrà confrontare criticamente i vari programmi e farsi una idea propria;
9) prepara il testo di un intervento al Congresso del Partito radicale, ma non fa in tempo a leggerlo (verrà letto a Firenze due giorni dopo la sua morte): ribadendo di essere sempre un marxista che vota Pci, ha speranze sia nel Pci che nei radicali; avverte il pericolo di una falsa realizzazione dei diritti civili, falsa perché intollerante verso ogni reale alterità; suggerisce per questo ai radicali di valorizzare tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura; li esorta a restare sempre se stessi, eternamente contrari e irriconoscibili, a identificarsi col diverso, a scandalizzare;
10) rilascia, il giorno prima di essere ucciso, la sua ultima intervista, a Furio Colombo, nella quale dice che ormai gli sfruttati vogliono stare al posto dei padroni, tutti sono ormai vittime e carnefici a causa dello stesso sistema di educazione al possedere e al distruggere; però dice anche di sperare in un ritorno futuro della autentica mentalità rivoluzionaria di chi vuole lottare contro i padroni senza prenderne il posto; una delle sue ultime frasi dà il titolo all'intervista: "Siamo tutti in pericolo."

Il mercato cinese

Una nuova superpotenza mina gli equilibri storici dei paesi industrializzati: minaccia o opportunità. Sicuramente tutte e due. La Cina è sicuramente un nuovo e potente competitors ma nello stesso tempo un nuovo e immenso mercato. In pochi decenni ha compiuto i passi che il “ vecchio continente “ ha costruito in 2 secoli. L’ apertura verso l’ esterno, i semi del capitalismo e il riposizionamento dell’ egemonia comunista sono stati passi obbligatori per arrivare all’ economia socialista di mercato. Così la Cina che non veniva toccata dalle rivoluzioni industriali, la Cina comunista, chiusa, fondata sull’ agricoltura si è svegliata, alle porte del ventunesimo secolo, aprendo un’ immenso mercato ( 1.300.000.000 consumatori ) pieno di opportunità. Sullo stesso ha però portato problematiche altamente destabilizzanti, dal bassissimo costo della manodopera, allo sfruttamento di vaste economie di scala, al dunping, alla contraffazione ( marchio, brevetto, copyright, modelli … ) e le conseguenti “ sfrenate “ esportazioni verso tutto l’ occidente, che hanno fatto si, data la stagnazione e il momento di collasso dell’ economia europea, di aggravare ulteriormente la situazione e spostare le forze che andrebbero concentrate nello studio delle strategie d’ attacco, in un'unica direzione: la difesa.Tanta attività diretta dell'Occidente e del Giappone in Cina non manca di dar luogo a effetti boomerang. Non che in un Paese noto per contraffazioni, pirateria e violazione di segreti industriali simili problemi si rivelino occasionati, anzi. Essi costituiscono se mai l'ulteriore prova di un orientamento molto aggressivo a far leva sulle migliori acquisizioni tecnologiche e di prodotto a livello internazionale. La “ Terra di mezzo “ è diventata “ the world’s factory “ il suo PIL cresce a ritmi del 9-10 % l’ anno, i consumi, le importazioni e la produzione di acciaio e cemento sono a livelli altissimi. I nuovi ricchi aumentano di giorno in giorno, la costruzione di infrastrutture è massiccia e continua. Sono già arrivati al cedimento per quanto riguarda l’ approvvigionamento di energia e l’ inquinamento. Mai come in questo momento la Cina è sotto i riflettori di tutto il mondo, studiosi, imprese, governi, istituzioni ma se ci si pensa è normale che dopo una chiusura forzata, durata troppo tempo, la Cina faccia le corse per recuperare il gap con l’ occidente e parte dell’oriente. La prima parte dell’ elaborato introduce il marketing globale, l’ importanza di essere impresa proattiva e la crescita dell’ ipercompetizione del mercato globale. Segue un breve escursus sulla storia della Cina per passare, in modo più approfondito, all’ economia cinese e al suo sviluppo tra vantaggi e problemi: crescita del P.i.l., accesso al Wto, gli investimenti stranieri, inquinamento, crisi energetica. Il terzo capitolo illustra i vari modi per entrare nel mercato cinese, previsti dalla loro legislazione, dal più indiretto ( import/export ) passando dall’ ufficio di rappresentanza ( R.O. ) per arrivare alla Joint Venture e all’ acquisizione di aziende cinesi.
Concludo questo capitolo approfondendo un’ importante aspetto della politica cinese di attrazione di capitali stranieri con lo studio delle ZES ( Zone Economiche Speciali ) in particolare della zona di Shenzhen. Prima di arrivare ai casi aziendali ho analizzato la presenza italiana, da subito nel mercato internazionale poi in quello cinese. Non viene discusso solo dei problemi e dei ritardi dell’ Italia ma anche dei vantaggi, dei punti di forza e delle opportunità da non perdere. Concludo questa parte con cenni più o meno approfonditi sulle politiche promozionali nazionali e sul grande problema della contraffazione particolarmente subito dalle imprese italiane ma non solo. Il quinto e ultimo capitolo si apre con una introduzione ,di M. H. Chan professore presso la Hong Kong Polytechnic University, che illustra la situazione presente e futura della Cina. Dopo la prefazione del prof. M.H. Chan inizia la presentazione dei casi aziendali. Questi ultimi sono l’ illustrazione di come cinque imprese hanno avuto successo nel mercato cinese, con strategie diverse, dalla “ committenza “ di Trudi S.p.a., “ l’ affermazione del marchio ” di Ermenegildo Zegna, “ l’ intervento integrato “ di Italmach Chemical per poi passare alle strategie di Mts group e a Gold Bond Enterprises.

LKWTHIN

altri da leggere

LINK NEOEPI

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...